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Inps e pensioni, cosa dovrebbe cambiare nel sistema pensionistico italiano
febbraio 02
15:52 2015

A partire da quanto denunciato ieri sera a Presa Diretta, ecco un quadro sull’attuale sistema delle pensioni, sull’Inps e sulla riforma Fornero.

Presa Diretta, l’inchiesta

[block]Evasione contributiva Inps e stato[/block][block]Dalla puntata ‘Il buco delle pensioni’, condotta ieri sera su Raitre da Riccardo Iacona per Presa Diretta, il sistema pensionistico italiano non poteva uscirne più malmesso.
Partendo dalla mala gestione della previdenza statale, il programma ha scandagliato i motivi per cui le giovani generazioni ed i precari saranno votati ad un destino pensionistico povero, quando non nullo. Evasione contributiva da parte dello stato, pensioni d’oro e vitalizi politici, falsi invalidi e cattiva gestione patrimoniale da parte dell’Inps sono le cause principali che rischiano di portare alla deriva la maggioranza dei contribuenti italiani. Con la complicità della riforma Fornero sulle pensioni.[/block]

Ultimo Aggiornamento:

Inps e stato

L’evasione contributiva è un reato che, se perpetrato da imprenditori o autonomi, fa fallire un’attività, e fa andare in galera. I servizi di Presa Diretta hanno dimostrato come invece amministrazioni statali ed enti pubblici, in tutta Italia, compiano da anni atti di evasione contributiva nei confronti dei propri dipendenti impunemente, creando conseguenze devastanti per chi lavora in maniera onesta.
Lo stato, non pagando i contributi ai lavoratori pubblici, non permette loro di andare in pensione. L’evasione contributiva, col tempo, ha poi determinato la permanenza di un conto perennemente in rosso dell’Inpdap prima, e dell’Inps poi, quando grazie alla riforma Fornero la cassa dei dipendenti privati ha assorbito quella dei dipendenti statali, aggravata da 10 miliardi di debito. Da questa fusione – voluta dalla riforma Fornero – il conto attivo dell’Inps si è tramutato in un bilancio in rosso che ha causato, negli ultimi tre anni, una perdita di 30 miliardi di euro, come ha confermato ai microfoni di Presa Diretta il giornalista del Sole 24 Ore Fabio Pavesi.
Non potendo fallire, all’Inps lo stato trasferisce ogni anno somme ingenti per sopperire al buco di bilancio: 98 miliardi quest’anno, 120 nei prossimi anni, secondo lo stesso Pavesi. Soldi presi direttamente dalle tasche dei contribuenti, attraverso l’inasprimento delle tasse. Ma la situazione di perdita costante, determinata dalla mala gestione della previdenza statale, non farà che riproporsi. Non solo perché lo stato non adempie ai suoi doveri di datore di lavoro non versando i contributi ai suoi dipendenti, ma anche perché il mantenimento del sistema retributivo per mantenere in vita pensioni d’oro e vitalizi politici, a fronte del livellamento al contributivo a cui la riforma Fornero ha condotto tutti i lavoratori più ‘piccoli’, crea uno squilibrio enorme tra le pensioni calcolate sulla base dell’ultimo stipendio percepito e quelle parametrate ai contributi versati. A tutto discapito dei giovani precari e dei vecchi lavoratori a cui la riforma Fornero ha letteralmente oscurato il futuro.

Riforma Fornero e sistema contributivo

Varata sotto il governo Monti a fine 2011, la riforma dell’allora ministro del lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero ha uniformato il calcolo della pensione di tutti i lavoratori al sistema contributivo. La pensione viene così calcolata in base ai contributi versati dal lavoratore, e non all’ultimo stipendio percepito come vuole il retributivo.

Età pensionabile più alta

La riforma delle pensioni di quattro anni fa ha poi elevato l’età pensionistica a 66 anni d’età anagrafica e ad un minimo di 20 anni di contribuzione per donne del pubblico impiego e uomini che lavorino nel pubblico e nel privato. Gli anni necessari ‘scendono’ a 62 per le donne del settore privato, e a 63 anni e 6 mesi per le autonome, fermo restando che per entrambe le tipologie l’asticella si alzerà a 66 anni e 3 mesi nel 2018 al fine di arrivare entro quell’anno ad un’età pensionabile uguale per tutti, e nel 2021 al requisito dei 67 anni.

Pensione anticipata

Con la riforma Fornero non si parla più di pensione di anzianità, determinata dagli anni di lavoro, ma di pensione anticipata, con cui si elimina l’attesa dalla maturazione dei requisiti per percepire la pensione e si può lasciare il lavoro se si è lavorato per 41 anni e 3 mesi (se si è donne), o 42 anni e 3 mesi (se si è uomini).

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Adeguamento alla speranza di vita e fusione di Inps ed Inpdap

La riforma delle pensioni della ex ministra ha anche introdotto l’adeguamento dei requisiti per andare in pensione all’allungamento della speranza di vita. In pratica, i versamenti dei contributi aumentano ogni tre anni fino al 2019, e da quell’anno in poi ogni due.
Come già anticipato, infine, la Fornero ha deciso l’incorporamento dell’Inpdap, la cassa previdenziale per i dipendenti dell’amministrazione pubblica, all’Inps.

Esodati e riforma Fornero

Una delle problematiche che la riforma Fornero ha creato riguarda gli esodati, ovvero i lavoratori già pronti al pensionamento di vecchiaia anticipato che, a causa dell’innalzamento dell’età pensionabile, sono stati privati sia della retribuzione che della pensione.

Proposte per cambiare la riforma Fornero

Per la revisione della legge Fornero il nuovo ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti si sta incontrando con i sindacati per far fronte comune su misure più flessibili, le quali però, prima di diventare operative, dovranno attendere ulteriori conferme politiche. Ecco le proposte principali.

Quota 100

Un’ipotesi prevede che, fermo restando l’obbligo di avere minimo 60 anni d’età e 35 di contributi, si possa accedere alla pensione anticipata se si raggiunge quota 100 come somma degli anni di anzianità con quelli contributivi. La misura permetterebbe di lasciare il lavoro anche se si hanno 42 anni di contributi versati, indipendentemente dall’età anagrafica.

Quota 62

[block]Riforma delle pensioni Fornero[/block][block]Questa seconda proposta, opera del presidente della commissione lavoro presso la camera Cesare Damiano, consentirebbe di ricevere bonus o decurtazioni a seconda dell’età in cui si decide di andare in pensione. Si parte da un minimo di 62 anni e 35 di contributi fino ad un massimo di 70 anni e 40 di contributi. In base a quando si decide di andare in pensione, in termini anagrafici e contributivi, si otterrebbe un bonus – se si va in pensione più tardi – per un massimo di interesse pari all’8% se si tocca quota 70 anni. Chi decide di ottenere quanto dovuto all’età di 62 anni, invece, subirà una riduzione del 2% annuo sull’importo della pensione.[/block]

Fonti Blasting News, Il Sole 24 Ore, Presa Diretta

About Author

Simona Di Michele

Simona Di Michele

Articolista esperta di web marketing, Simona ha collaborato per anni per testate cartacee e riviste online, ricoprendo anche ruoli di ufficio stampa per politici, artisti, associazioni culturali. La sua mission: continuare a scrivere per fare informazione sul web.

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