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Le famiglie italiane pagano 402 miliardi di tasse e non risparmiano più
gennaio 24
11:05 2013

 Con la crisi il conto più salato è stato quello pagato dalle famiglie al fisco nel 2012. Il sacrificio tra tasse dirette, indirette e contributi sociali  ammonta a 402 miliardi di euro, che rappresentano il 60 per cento del totale degli introiti fiscali dello Stato.

A stimarlo è stato  Luigi Campiglio, ordinario di politica economica all’Università Cattolica di Milano. Oltre 204 miliardi sono serviti alle famiglie per pagare Irpef, addizionali comunali e regionali e l’Imu. Mentre l’Iva, le accise e altre imposte indirette, sono costate loro 127 miliardi di euro. E i contributi a carico di lavoratori e datori di lavoro hanno richiesto un ulteriore esborso di 71 miliardi di euro.

Dunque se nel 2012 la pressione fiscale  ha raggiunto il suo picco storico pari al 44% del Pil rispetto al 42,6% del 2011 e al 38,3% del 1990 http://www.cialis20mgbestprice.com “l’aumento,  afferma Campiglio, è stato particolarmente oneroso per le famiglie consumatrici, che negli ultimi 20 anni hanno visto crescere la pressione fiscale e tributaria del 4 per cento. È questo il risultato di tre manovre per allineare l’Italia agli altri Paesi europei: nel 1992, nel 1998 per finanziare l’ingresso nell’euro e la manovra di austerità del 2011 e 2012 che è stata il colpo finale”. Le tre terapie  hanno avuto effetti collaterali negativi per i nuclei familiari, con una diminuzione del loro reddito medio reale e della capacità di risparmio. Il reddito disponibile per le famiglie, ha subito un crollo del 25 per cento e il risparmio è precipitato dal 24 all’8 per cento, attestandosi ben al di sotto della media europea che è pari al 10,7 per cento.

“La capacità di spesa ha tenuto finché non è stata infranta dalla soglia psicologica del tasso di risparmio all’8 per cento, poi ha iniziato la discesa, dice Campiglio, per invertire il trend e imboccare la via della crescita serve dunque una riforma fiscale che ponga al centro la famiglia come unità di scelta e di consumo, con un focus sul reddito familiare”.

Lo studio, infine, dimostra che un aumento dell’Iva graverebbe sul 50 per cento delle famiglie più povere, mentre un aumento dell’Irpef sul 50 per cento dei nuclei con più alto reddito.

“Un aumento dell’imposta, conclude Campiglio, sarebbe dannoso su due fronti: avrebbe un impatto sui prezzi e quindi sulla competitività del Paese e deprimerebbe ancor di più la domanda interna. Se poi l’aumento fosse proprio inevitabile una soluzione per non far ricadere l’onere sulle fasce più deboli sarebbe quella di puntare a una maggiore differenziazione delle aliquote”.

Fonte: ilSole24ore

 

 

 

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